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La Terra di Mezzo


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COMMEDIA DELL'ARTE

Da Teatro Vivo. La Commedia dell'Arte. L'inizio...

ll 25 febbraio 1545, a Padova, otto uomini si presentano in uno studio notarile. Vogliono stipulare un contratto. Hanno deciso di formare una “fraternal compagnia” il cui fine è “recitar commedie di loco in loco” per “guadagnar denaro”. Si impegnano a restare uniti sino alla Quaresima dell’anno successivo, ad acquistare un cavallo che serva a trasportare costumi e attrezzi di scena, a dividersi in parti uguali il ricavato degli spettacoli che daranno, a prestarsi mutuo soccorso in caso di incidenti o malattie.

L’umile e prosaico documento da essi firmato alla presenza del notaio padovano costituisce l’atto di nascita sia del moderno professionismo teatrale, sia della più durevole e prestigiosa forma di creazione scenica d’attore che la storia d‘Occidente possa vantare: la Commedia dell’Arte (una definizione dove il termine “arte” va inteso, per l’appunto, nella sua accezione medioevale e rinascimentale: artigianato, mestiere). Non a caso, capo riconosciuto della “fraternal compagnia” risulta essere un certo messer Mafio, meglio noto con il soprannome di Zani (ovvero Zanni, voce dialettale per Gianni: l’appellativo originario delle maschere contadine che il nuovo teatro sostituirà alle tradizionali figure dei servi tipici della commedia plautina cinquecentesca).

Mentre quest’ultima era stata ideata, da Ariosto in poi, quale prodotto di lusso e di prestigio d’una corte o d’una accademia (ed era dunque destinata a realizzare un divertimento senza fini di lucro, nutrito – soprattutto sul piano della recitazione – da un sia pur raffinato dilettantismo, e concepito per manifestarsi solo nel chiuso di ristrettissime élites politiche e intellettuali), l’invenzione di messer Mafio e dei suoi soci si propone di far sorgere e di sfruttare un remunerativo mercato dello spettacolo. Si rivolge ad una audience la più ampia e differenziata possibile. Deve essere pronta a migrare “di loco in loco” (anche perché, nella singola ‘piazza’, il pubblico potenziale non potrebbe comunque alimentare lunghe stagioni di recite), senza badare a confini geografici e sociali, pur di realizzare quell’utile che è obiettivo primario e imprescindibile di quanti hanno sottoscritto il contratto che ne determina nascita e forme.

Il pubblico che le prime “fraternali compagnie” si propongono di conquistare non è di certo formato da spettatori educati vuoi alle finezze della letteratura drammatica vuoi alle complesse sperimentazioni della scenografia prospettica. Si tratta di artigiani, borghesi, contadini. I quali, per accedere alla ‘stanze’ dove vengono allestite le rappresentazioni, devono pagare il prezzo – non esoso, ma comunque corrispondente a un piccolo sacrificio, per chi non nuoti nell’oro – stabilito dai comici. Ne consegue che questi ultimi, onde avere successi e guadagni, possono contare soprattutto (se non in esclusiva) su una sola arma sicura: il potere di attrazione e di divertimento insito in un recitare quantomai energico, tutto giocato sulla fisicità del gesto e della voce – nonché sulla più incisiva e immediatamente recepibile espressività delle figure e delle dinamiche di scena proposte allo sguardo e all’udito della platea...




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